Petrolio in rialzo, l’intesa su Hormuz resta ancora lontana
Il petrolio è salito mentre resta lontana un'intesa definitiva sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, con i media iraniani che riferiscono l'intenzione di Teheran di escludere le navi USA e israeliane dal transito nella via d'acqua e di richiedere un compenso ai Paesi ostili prima di autorizzarne il passaggio.
Trump ha ribadito di aspettarsi comunque una fine del conflitto abbastanza a breve. Nel mondo sono poche le navi commerciali battenti bandiera statunitense o israeliana e non è chiaro quanto ampiamente l’Iran intenda interpretare il divieto. La complessità degli assetti proprietari e della gestione delle flotte potrebbe infatti estendere il veto anche a compagnie con partecipazioni statunitensi o israeliane.
Una concessione di questo tipo appare comunque improbabile da parte di Trump dopo mesi passati a sostenere che le forze armate USA avessero sostanzialmente sconfitto l'Iran, tanto più a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato con la guerra ormai impopolare secondo i sondaggi.
Il testo dell'intesa sarebbe ora all'esame del Parlamento iraniano.
Washington continua a chiedere il libero transito nello Stretto e un ritorno allo status quo precedente al conflitto, con eventuali rotte temporanee esenti da autorizzazioni, permessi o pedaggi.
Teheran ribadisce che una riapertura piena richiederebbe la revoca del blocco navale statunitense, mentre resta da vedere se Washington sia disposta a tornare ai termini accettati nel precedente tentativo di giugno, poi collassato nel giro di poche settimane, che prevedeva la sospensione delle sanzioni petrolifere e lo sblocco di alcuni fondi iraniani congelati.
Sul fronte valutario, lo yen ha ceduto quasi metà dei guadagni ottenuti con l'intervento coordinato USA-Giappone, alimentando le scommesse su un nuovo ingresso delle autorità sul mercato. Il ripiegamento conferma i limiti dell'intervento nell'invertire il trend di lungo periodo della valuta, ancora frenata dall'ampio divario sui tassi con gli Stati Uniti, dall'elevato debito giapponese e dall'incertezza geopolitica.
Secondo il Financial Times, gli Stati Uniti avrebbero informato la BCE delle vendite di euro usate per sostenere lo yen solo dopo aver eseguito l'operazione.
Sul fronte corporate, Alphabet ha collocato obbligazioni investment grade per 25 miliardi di dollari, ottenendo una domanda di picco stimata in circa 115 miliardi, seconda solo ai 129 miliardi record raccolti da Oracle a febbraio e ai circa 126 miliardi ottenuti da Amazon a marzo.
La forte accoglienza riflette un cambio di sentiment dopo che a luglio un'ondata di nuove emissioni e i timori su una spesa eccessiva nelle infrastrutture AI avevano innescato vendite sui bond tecnologici, un contesto da allora migliorato. Premi più generosi del solito hanno sostenuto la domanda, portando le emissioni di debito di Alphabet dall'inizio del 2025 sopra i 114 miliardi di dollari, confermando il gruppo come il maggiore emittente di bond legati all'intelligenza artificiale nel periodo.
La società avrebbe comunicato agli investitori, tramite i propri collocatori, l’intenzione di emettere debito negli Stati Uniti due volte l’anno. Il messaggio è apparso volto ad attenuare le preoccupazioni del mercato per ulteriori emissioni di bond tech.
L'emissione, suddivisa in 10 tranche con scadenze tra 2 e 40 anni, ha visto il premio di rendimento sulla scadenza più lunga fissarsi a 1,3 punti percentuali sopra i Treasury, in restringimento rispetto all'indicazione iniziale di 1,55 punti.
Intanto Alberto Musalem, Presidente della Federal Reserve Bank di St. Louis, ha dichiarato che la banca centrale non può permettersi di tollerare un'inflazione più alta nell'attesa di un eventuale rafforzamento della produttività, sottolineando che il contributo più prezioso di un istituto centrale alla crescita di lungo periodo consiste proprio nel garantire la stabilità dei prezzi su cui le imprese possono pianificare investimenti e innovazione.
Musalem ha osservato che una politica restrittiva può a sua volta rallentare l'innovazione e frenare la produttività, ma ha avvertito che un istituto centrale visto tollerare un'inflazione sopra il target sulla promessa di un futuro dividendo di produttività rischierebbe di compromettere l'ancoraggio delle aspettative, e che una credibilità perduta risulta poi costosa da ricostruire.
L’esponente ddella Federal Reserve ha detto di vedere shock di offerta e domanda trainata dall'intelligenza artificiale tra i fattori di spinta sui prezzi, delineando 2 scenari possibili: un rallentamento dell'inflazione se gli effetti dei dazi si attenuassero e il petrolio scendesse, oppure pressioni più persistenti con l'inflazione stabile tra il 2,5% e il 3% o oltre, ipotesi che a suo giudizio richiederebbe tassi più alti.
Il Presidente della St. Louis Fed vorrebbe vedere letture mensili dell'inflazione leggermente sotto lo 0,2% come prova di un ritorno verso il target del 2%, precisando che le aspettative restano ancora ancorate su livelli coerenti con l'obiettivo.
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