Wall Street verso l’addio all’obbligo di trimestrale?
Per la prima volta in oltre 50 anni, l’obbligo per le società quotate statunitensi di depositare report finanziari trimestrali presso la SEC potrebbe smettere di essere una regola fissa. Il 5 maggio 2026 la Securities and Exchange Commission, l'autorità di vigilanza USA sui mercati, ha formalmente proposto una modifica delle proprie regole che permetterebbe alle società quotate di scegliere: continuare a pubblicare bilanci trimestrali oppure passare a un reporting semestrale.
La proposta ora va in consultazione pubblica per 60 giorni, dopodiché la SEC voterà sull'approvazione definitiva.
È una svolta sostanziale del modo in cui Wall Street ha funzionato dal 1970, anno in cui il regolatore introdusse il modulo 10-Q, il documento trimestrale che oggi tutte le società quotate sono obbligate a depositare entro 45 giorni dalla chiusura del trimestre fiscale. Il dibattito sull'opportunità di mantenere o no questa frequenza esiste da decenni, ma fino a oggi l'obbligo non era mai stato messo davvero in discussione a livello regolamentare.
I dettagli della proposta
In pratica, le società quotate potrebbero scegliere di sostituire le 3 trimestrali (i 10-Q dei primi tre trimestri) con un singolo report semestrale, depositato su un nuovo modulo che si chiamerebbe 10-S. La quarta trimestrale, di fatto, è già oggi sostituita dal bilancio annuale 10-K, che resterebbe obbligatorio per tutti. Il deposito del 10-S avverrebbe entro 40 o 45 giorni dalla fine del primo semestre fiscale.
Si tratta di un'opzione, non di un obbligo. Le aziende che vogliono continuare a pubblicare trimestrali possono farlo. Per passare al regime semestrale basterebbe spuntare una casella nella propria dichiarazione annuale alla SEC. Per molte società la prima occasione utile arriverà a inizio 2027. Inoltre, anche chi sceglierà la via più dilazionata potrà comunque continuare a comunicare volontariamente con il mercato a cadenza trimestrale tramite comunicati stampa, conference call con analisti e altre forme di disclosure non obbligatoria.
Va capita una distinzione tecnica che nei dibattiti spesso si confonde. Il 10-Q è il documento ufficiale depositato presso la SEC: è più esteso di un comunicato stampa, contiene informazioni finanziarie, rischi, controlli interni e commenti del management ed è soggetto a una review esterna.
Le "earnings release" sono comunicati più snelli che le aziende pubblicano in concomitanza dei risultati, spesso accompagnati da conference call. Queste non sono obbligatorie per legge: le grandi società le diffondono perché il mercato se le aspetta. La proposta della SEC tocca direttamente il primo livello, quello dei filing ufficiali, non vieta né elimina la comunicazione trimestrale volontaria.
Da dove arriva la proposta
L'idea di alleggerire il calendario ha una storia lunga. Donald Trump l'aveva già rilanciata nel suo primo mandato, chiedendo all'allora presidente della SEC Jay Clayton di studiare il passaggio al semestrale. Clayton aprì una consultazione pubblica e una tavola rotonda, ma il dossier non si tradusse mai in una proposta concreta.
La spinta decisiva è arrivata negli ultimi mesi. A settembre 2025 il Long-Term Stock Exchange (una Borsa specializzata pensata per favorire investimenti di lungo periodo) ha presentato una petizione formale alla SEC chiedendo di eliminare l'obbligo trimestrale.
Pochi giorni dopo Trump è tornato sul tema con un post sui social, sostenendo che il passaggio al semestrale farebbe risparmiare denaro alle aziende e permetterebbe ai manager di concentrarsi sulla gestione dell'impresa. Ha citato anche il modello cinese del "piano di lungo periodo", anche se in realtà la maggior parte delle società quotate cinesi pubblica conti su base trimestrale.
Anche l'attuale presidente della SEC, Paul Atkins, si è espresso a favore. Il suo argomento è che la rigidità delle regole impedisce alle aziende e ai loro investitori di trovare la frequenza di reporting più adatta al singolo business. Atkins ha persino legato la proposta all'obiettivo di rilanciare il mercato delle quotazioni.
Le ragioni di chi è favorevole
Chi appoggia la proposta poggia su tre argomenti.
- Il primo è il costo di compliance. Preparare un 10-Q, sottoporlo ai revisori e sopportare l'apparato di controlli interni richiesto è oneroso, soprattutto per le società più piccole. Il Nasdaq, in un white paper pubblicato l'anno scorso, ha sostenuto che la frequenza trimestrale assorbe risorse sproporzionate per le aziende di taglia media e piccola.
- Il secondo è la logica del breve periodo. È l'argomento più citato e anche il più discusso. La tesi è che obbligare a rendicontare ogni tre mesi spinga il management a prendere decisioni che ottimizzano il prossimo report invece della redditività di lungo periodo: tagli alla ricerca per gonfiare il margine trimestrale, decisioni d'investimento rinviate per non penalizzare l'utile, gestione delle aspettative degli analisti che diventa essa stessa una preoccupazione strategica. Non è una posizione marginale: in passato anche figure come Jamie Dimon, Warren Buffett e Larry Fink hanno criticato il "quarterly mindset". Va detto però che le loro critiche si concentravano soprattutto sulla pratica delle previsioni trimestrali (la "guidance") più che sui filing 10-Q in sé.
- Il terzo è il declino del numero di società quotate. Negli ultimi anni le aziende presenti sui mercati pubblici americani sono calate di circa il 40%. Diverse imprese restano private proprio per evitare l'apparato di adempimenti di una società quotata. Alcuni operatori di mercato vedono nella riforma un possibile incentivo, almeno per le società più piccole, a tornare a guardare alla quotazione come opzione realistica.
Le ragioni di chi è contrario
Sul fronte opposto, le obiezioni sono altrettanto strutturate.
- Il primo problema è la trasparenza. Il sistema di vigilanza USA si fonda da decenni sull'idea che maggiore informazione produca mercati più efficienti. Aspettare 6 mesi fra un report ufficiale e l'altro, in un'economia che si muove velocemente, può voler dire mesi in cui agli investitori manca un pezzo di quadro importante. La stessa SEC, nel testo della proposta, riconosce questo rischio e lo chiama esplicitamente "asimmetria informativa".
- Il secondo è il rischio di insider trading. Una finestra più lunga fra un documento e l'altro corrisponde ad un periodo di tempo maggiore in cui chi è dentro l'azienda dispone di informazioni che il mercato non ha. È uno dei punti su cui la SEC stessa sta chiedendo commenti pubblici.
- Il terzo è la possibilità che notizie negative restino sotto traccia più a lungo. Una società in difficoltà che pubblica i conti solo a giugno e a dicembre ha 6 mesi per gestire o non comunicare un peggioramento della situazione. Per gli investitori che decidono in base ai fondamentali, 6 mesi di informazioni mancanti possono fare la differenza fra una vendita tempestiva e una perdita più ampia.
- Il quarto è un effetto sistemico. Bryan Corbett, presidente della MFA, ha invitato la SEC a bilanciare l'obiettivo di ridurre la burocrazia con i bisogni di chi usa l'informazione tempestiva per allocare capitale. Lo stesso testo della proposta ammette che meno frequenza di reporting potrebbe ridurre la fiducia nei mercati, alzare il costo del capitale per le aziende e indebolire il monitoraggio sulla qualità del management.
C'è poi un dettaglio tecnico ma rilevante: alcuni fornitori di indici dovranno rivedere le proprie metodologie. L'S&P 500, per esempio, ha regole interne che presuppongono il reporting trimestrale dei suoi componenti. Il NASDAQ 100, invece, non lo richiede. Gli effetti su ETF e fondi indicizzati sono uno degli aspetti che il mercato sta studiando in queste settimane.
Come funziona nel mondo
Il modello USA della trimestrale obbligatoria non è universale. L'Unione Europea richiede il reporting due volte l'anno, anche se alcuni paesi membri impongono aggiornamenti più frequenti. Il Regno Unito ha eliminato l'obbligo trimestrale nel 2014, lasciando però alle aziende la possibilità di mantenerlo volontariamente. Canada e Giappone richiedono ancora i conti ogni 3 mesi. Anche in Cina, contrariamente a quanto lasciato intendere da Trump, la maggior parte delle società quotate rendiconta su base trimestrale.
L'esperienza europea suggerisce un punto importante: anche quando l'obbligo cade, una parte significativa delle aziende continua a comunicare con frequenza maggiore, perché lo richiede il mercato stesso. Probabilmente succederebbe anche negli Stati Uniti: le grandi società seguite da decine di analisti difficilmente smetterebbero di pubblicare numeri ogni trimestre, anche solo via comunicato stampa, per non perdere l'attenzione del mercato. Le piccole e medie società, invece, sono quelle per cui il cambiamento potrebbe avere il maggior impatto pratico.
Il calendario e cosa aspettarsi
La proposta è ora in fase di consultazione pubblica per 60 giorni. La SEC raccoglierà commenti da operatori, investitori, associazioni di settore e cittadini, valuterà eventuali modifiche e poi voterà sulla regola finale. Per l'approvazione basta una maggioranza semplice fra i commissari. La Securities and Exchange Commission ha l'autorità di modificare i requisiti di reporting senza bisogno del Congresso o della firma presidenziale: la decisione, in altre parole, dipende interamente dall'autorità.
Se la norma passerà, sarà importante capire due cose: quante e quali aziende decideranno effettivamente di passare al regime semestrale e se il cambiamento avrà davvero un effetto sul numero di nuove quotazioni.
Per l'investitore comune il messaggio pratico è duplice. Da un lato, anche nello scenario di approvazione, è probabile che le grandi aziende continuino di fatto a comunicare ogni 3 mesi, almeno tramite earnings release.
Dall'altro, vale la pena prestare attenzione a quali società decideranno di passare al semestrale: la scelta in sé sarà un segnale e potrebbe richiedere agli investitori in quei titoli di affidarsi maggiormente alle informazioni qualitative, alle conference call e ai dati di settore per riempire i "buchi" fra una pubblicazione e l'altra.
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