Petrolio: quali effetti su PIL e inflazione dall'aumento dei prezzi
Per Goldman Sachs, gli aumenti decisi del petrolio dovuti a shock geopolitici sono di breve durata se il mercato acquisisce la certezza che le interruzioni dell’approvvigionamento sono temporanee. Tuttavia, questi incrementi possono pesare in modo importante su PIL e inflazione.

Se i prezzi dell’oro nero aumentassero di 10 dollari rispetto all’inizio del conflitto e rimanessero elevati fino a fine 2026, ci sarebbe un rallentamento di 0,13 punti percentuali del PIL statunitense. Questo in quanto verrebbero penalizzati i redditi disponibili reali delle famiglie e i consumi.
In passato è anche successo che l’aumento dei prezzi del petrolio ha dato impulso alla crescita economica grazie agli investimenti energetici. Ciò potrebbe compensare in parte il calo dei consumi, portando ad una riduzione netta del Prodotto Interno Lordo dello 0,1%. Questa volta però questa risposta potrebbe essere minore visto il recente calo della sensibilità degli investimenti in energia ai prezzi del petrolio.
Ipotizzando che l’aumento dei prezzi del petrolio fosse inferiore ai 3 mesi seguito da una tendenza al ribasso, la crescita del PIL sarebbe rallentata di soli 0,05 punti.
In generale, ci vorrebbero stop più gravi e prolungati dell’approvvigionamento petrolifero per avere un impatto sostanziale su azioni e credito, che a sua volta peserebbe sul PIL tramite condizioni finanziarie più restrittive.

Sull’inflazione invece, un aumento del 10% dei prezzi del petrolio spingono il CPI core di 4 punti base e l’headline di 28 punti.
Sulla base dell’ipotesi di un incremento di breve durata, seguito da una discesa, l’aumento dell’inflazione headline passerà dal 2,4% di gennaio al 2,7% a maggio, per tornare al 2% entro fine 2026.
Al contrario, in una situazione in cui l’incremento dei prezzi del petrolio si rivelasse più persistente del previsto, l’inflazione headline arriverebbe al 3% a maggio, per poi restare elevata fino a settembre.
Fonte: ricerca Goldman Sachs
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